Tempi duri, forse, per la NATO che non si sciolse quando il dirimpettaio Patto di Varsavia rotolò col muro di Berlino, ma nella quale ora, sul piano finanziario, gli USA ridimensionano la partecipazione, gli europei fanno i conti coi numeri e con gli elettori, l’Ucraina aggredita e preoccupata dalla Russia non sembra farsi grandi problemi rinunciando ad entrarvi.
Eppure, il Patto Atlantico era stato firmato, nel 1949, proprio per difendere l’occidente post bellico dall’Unione Sovietica. Dalla Russia dove il capo del PCI, Palmiro Togliatti, aveva a lungo lavorato ai vertici dell’Internazionale Comunista, il Comintern, e, tornato in Italia forte di questa esperienza, ammonì il Governo in sede parlamentare: “Contro l’URSS, la guerra non si farà perché il popolo vi impedirà di farla. Questo è nella tradizione della classe operaia e dei lavoratori”.
Stiamo vedendo come è andata a finire.
A partire dagli anni ‘60, anche i non comunisti, in Italia e altrove, protestavano contro la NATO vista soprattutto , se non esclusivamente, come alleanza militare. Infatti, dei 14 articoli del trattato, quello che più interessava – e impressionava – le generazioni educate alla pace in tutto il continente europeo era l’art. 5, quello per il quale un attacco armato contro uno o più membri “costituirà un attacco “ anche verso gli altri, col conseguente impegno alla mutua assistenza “ivi compreso l’impiego della forza armata”.
De Gasperi, al riguardo, volle però chiarire come – considerato che l’impegno militare diretto deve comunque essere autorizzato dal Parlamento: “Il Patto non prevede che l’obbligo abbia effetto automatico immediato“.
Nonostante questo, nel marzo 1949, alla Camera ci fu un dibattito al calor bianco, accompagnato da guerriglia anche fisica tra i deputati, che durò tre giorni e tre notti (addirittura, racconta Montanelli, “l’orologio di Montecitorio era stato fermato“, per rispetto della procedura di regolamentazione dei tempi).
Parole grosse e colluttazioni, quindi, tra i rappresentanti del popolo, scranni rotti e oggetti lanciati da una parte all’altra. Tanto che Andreotti avrebbe riparato la testa con un cestino sotto il banco del Governo e l’onorevole Di Mauro arrivò a dare un morso alla mano del collega Achille Marazza.
Perfino il presidente del consiglio De Gasperi perse la pazienza e, quando un deputato dell’opposizione gli gridò: “Tu non capisci cos’è la pace”, lo statista Trentino che aveva iniziato facendo il deputato nell’asburgica Vienna, gli rispose indignato: “Giovanotto, mi dia del lei!”.
Gli scontri si accendevano anche nei corridoi del palazzo, mentre all’esterno, sulla piazza, si ripetevano gli assalti bloccati dalla Celere.
Il comunista Di Vittorio parlò di “vendita dell’Italia“ e Pietro Nenni disse che il Patto Atlantico era solo “un pezzo di carta”, accusando il Governo di “odio e paura, ispirati da circoli cattolici americani“. Anche se, proprio tra le file dei cattolici, in particolare i Dossettiani, la NATO suscitava grandi entusiasmi.
Al Senato, poi, non la provarono due padri della Patria, Francesco Saverio Nitti e Vittorio Emanuele Orlando, che si astennero.
Il trattato, comunque, fu votato il 18 marzo 1949 alla Camera con 342 favorevoli, 170 contrari e 19 astenuti. Il sottosegretario agli Esteri Aldo Moro risultò assente, ma, cinque giorni dopo, si giustificò con ragioni di famiglia, dichiarando che, se presente, avrebbe votato a favore.
Alcide De Gasperi richiamò e richiamerà sempre l’attenzione soprattutto sull’articolo 2 del Patto, quello che precede l’art. 5 sugli aspetti militari, e impone a tutte le nazioni aderenti di “promuovere stabilità e benessere…e incoraggiare le reciproche relazioni economiche”.
Proprio quello che oggi servirebbe all’Ucraina da ricostruire…prima o poi. Ma Zelensky, pro bono pacis, sembra aver rinunciato sulla NATO.
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