Da bambino, quando gli chiedevano cosa volesse fare da grande, rispondeva “serio, serio: il papa. E tutti a ridere, a sbellicarsi” Fu così che Roberto Benigni decise di fare il comico. “Se si fossero inginocchiati, avrei fatto il papa”. Lo raccontò lui stesso davanti a Francesco, il 26 maggio dell’anno scorso, quando, in piazza san Pietro salì fino al suo trono per baciarlo e poi annunciare urbi et orbi:” Sono pieno di gioia come un cocomero”.
Si sa che i desideri dell’infanzia, passati i 70, ritornano e se ne vagheggia una qualche realizzazione. Così, il 10 dicembre scorso, l’attore è tornato all’ombra della Cupola, stavolta nei giardini vaticani “dove il papa coglie i fiori” e lì ha raccontato, in un monologo tanto volutamente poetico quanto documentato, l’umanità debole e il significato storico di Simone ribattezzato Pietro da Gesù Cristo. L’apostolo, che da un paesino di Galilea, arrivò a Roma, caput mundi, e, senza conoscere una parola di latino, fu il primo dei papi che si sostituirono agli imperatori
Prima del recital, Roberto Benigni – che una volta recitava da Cioni Mario – aveva fatto la sua solenne processione nella navata centrale della Basilica fino alla tomba con le ossa di Pietro che, fosse stato per lui “ le avrebbe fatte vedere” agli spettatori. Chissà, perciò, cosa ci riserveranno il prossimo anno, Vaticano, Rai e il Benigni che diventò Oscar ma non papa.
D’altronde, forse è dal 1980, quando Renzo Arbore lo scritturò per Il Pap’occhio, che lui qualcosa rimugina. Allora, si limitò a far apparire, dalla finestra dell’Angelus, un suo simil zucchetto papale ed alla prova-microfono. Ora, però, che dalle imprecazioni stercoree del Cioni Mario è passato ai Vangeli, sembra quasi arrivato al Soglio. E subito dopo che, anche di là dal Tevere – Francesco regnante – sembravano cambiati riti e linguaggi con il prefetto della Dottrina che, per spiegare come riconoscere il soprannaturale, definiva “cazzate” le interpretazioni non “autenticate” e lo stesso papa che lamentava “troppa aria di frociaggine”.
Sulla riva opposta, invece, ai mutamenti di linguaggio pubblico si era arrivati già da mezzo secolo, il 25 ottobre 1976, quando lo scrittore Cesare Zavattini in tv annunciò “E adesso dirò una parola che finora alla radio non ha mai detto nessuno: Cazzo!”. La trasmissione aveva la regia di un giovanissimo Beppe Grillo che, poi, al Vaffa ispirò spettacoli e politiche. Allora, la parola fece scalpore, pur se detta da Zavattini che – noterà Silvana Ottieri Mauri – “si vendica delle parole, le mostrifica, le contorce, le irride”.
Un po’ come il Benigni, dell’”Inno del corpo sciolto” o della raccolta di parolacce escrementali nel film “Berlinguer ti voglio bene”, così lontano dalla dolcezza de “La vita è bella”, ma ormai a pochi passi delle omelie in Vaticano. Lì dove la parola è all’origine di tutto…in principio erat Verbum, il linguaggio è arte, scienza, storia e saggezza e c’è pure un nuovo papa Leone XIV, un predecessore del quale, Pio XII, prima di scegliere le parole di un discorso, era capace di consultare una quantità esagerata di vocabolari.
Anche lui, però, dovette cedere, scoppiando in una fragorosa risata, quando in una udienza, lamentando che il socialista Pietro Nenni, da rifugiato insieme ad altri antifascisti al Laterano, era solito bestemmiare, si sentì rispondere dal direttore de Il Messaggero, Mario Missiroli, uno spirito libero alla Zavattini: “Santità, in Romagna ( la terra di Nenni) anche i preti bestemmiano: Dovrebbe venire a sentire a Cesena il giorno delle corse al trotto!”.












