Tre carabinieri uccisi e decine di feriti sono l’ultimo tributo di sangue dell’italico Circo Massimo, dove le belve feroci non sono chiuse in gabbia e – anzi – sono istigate a ferire e uccidere nella malcelata certezza che qualcosa combineranno.
Non parliamo di tigri o leoni perché lo spettacolo – qualunque ne sia o voglia essere la chiave di lettura – appartiene ad un palinsesto che da tempo “spoilera” quel che sta per succedere.
Il massacro di ieri, nella campagna a pochi chilometri dalla città che ha visto nascere Catullo e Cangrande Della Scala, offre tanti spunti di riflessione. Oltre al dolore per la morte di umili e coraggiosi servitori dello Stato e alla compassione per i loro famigliari, sono tanti gli stimoli che è impossibile tenere a freno.
Ci si chiede, anzitutto, se proprio doveva andare a finire così e qui si punta il dito su chi ha disposto l’operazione di sgombero e su chi l’ha organizzata, ruoli rivestiti entrambi da gente che conosceva perfettamente i rischi e poco (o almeno non abbastanza) ha fatto per evitare bare avvolte nel tricolore e inutili medaglie al valore.
Sono nato ad Acqui Terme e avevo sedici anni quando un ufficiale dei Carabinieri portò i suoi a sfidare la morte presentandosi con una Fiat 127 in una casa colonica segnalata da un parroco della zona come straboccante di indizi che suggerivano approfondimenti investigativi e soprattutto la massima cautela. La storia della Cascina Spiotta si è ripetuta. Nel 1975 morì l’appuntato D’Alfonso (cui venne tributata solo la medaglia d’argento perché misero graduato di truppa) e rimasero feriti il maresciallo Cattafi e il tenente Rocca, quest’ultimo artefice della colpevolmente sfortunata missione che gli costò un braccio e un occhio…
Cinquant’anni dopo nessuno ricorda che in quell’occasione i “villeggianti” erano componenti delle Brigate Rosse protagonisti del rapimento di Vittorio Vallarino Gancia. Venne uccisa Mara Cagol, la donna di Renato Curcio, e quella vicenda rimane una controversa pagina della lotta al terrorismo dell’epoca.
Non c’era bisogno del prevosto per sapere che la famiglia Ramponi non si sarebbe arresa e che le loro dannate bombole stavolta potevano esser fatte esplodere davvero. L’azione criminale non aveva bisogno di vaticini ed episodi recenti ne avevano avvalorato l’altissima probabilità di accadimento.
Chi ha deciso di agire sapeva perfettamente ogni dettaglio di quelle persone che si barricavano in casa durante il giorno e la notte – alla luce di un fanale – rifocillavano e abbeveravano il poco bestiame rimasto loro.
Il dannato incidente con il trattore, lo strangolante mutuo sottoscritto da uno dei fratelli falsificando la firma del germano più abbiente, il lungo Calvario dei debiti, le minacce a chiunque si presentasse al loro cospetto per espropriare quel poco che era rimasto: la storia – almeno da quelle parti – la conoscevano tutti e la tragedia negli ultimi mesi si era già sfiorata due volte…
Le vittime e gli imperdonabili colpevoli sono facili ad esser individuati, ma la situazione impone di scovare le cause, di riconoscere l’evento scatenante, di immaginare l’inconscio mandante, di domandarsi non come possa essere accaduto ma preoccuparsi che possa ripetersi una, dieci o cento volte altrove.
Dietro a questa allucinazione ad occhi aperti c’è l’irrefrenabile disperazione, quella covata per giorni, mesi, anni. Quella che, come il gas delle bombole, arriva a saturare l’ambiente per poi esplodere…
Lo sconforto è una brutta bestia, capace di spingere ad azioni assurde oltre ogni limite, azioni che non possono e non devono trovare giustificazioni di sorta. Lo sgomento porta addirittura alla folle premeditazione e non si può non immaginare.
A dispetto delle rasserenanti scene fiabesche che la politica adopera per sedare i cittadini in serie difficoltà, lo scoraggiamento serpeggia in una società in cui la speranza per il domani si sbriciola sempre più rapidamente.
Anche chi non ha più nulla è consapevole di poter perdere ancora qualcosa. E’ quella la molla che porta ad un gesto estremo, sovente autolesionista, talora ferocemente capace di mietere vittime innocenti e totalmente estranee.
Siamo un Paese che non sente nemmeno il rumore di chi si schianta sul marciapiede dopo essersi lanciato dal tetto di un palazzo. Le nostre cuffiette continuano a farci ascoltare il mantra del “tutto va bene”, rendendoci impermeabili persino all’orrore e alla lucida crudeltà.
La favola non ha cavalieri né principesse, ma banche e agenzie di recupero crediti. E’ scritta non su romantiche pergamene ma su fogli di vecchi quaderni di computisteria, Non ci sono frasi armoniose ma numeri scritti in rosso e preceduti dal segno meno, quasi si avesse dinanzi il più lugubre spartito e un impietoso metronomo che scandisce implacabile il ritmo.
L’ergastolo ai criminali e il lutto nazionale non consoleranno parenti e amici di chi è stato dilaniato dallo scoppio e non convinceranno gli italiani che siamo sulla strada giusta.












