Ricorrenze: sessant’anni fa, nel 1965, un italiano presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite: Amintore Fanfani. In patria, fu presidente di tutto tranne che della Repubblica. Politico, riformatore – ideò il centrosinistra – statista. Ma scomodo. Soprattutto per i suoi. Celiando sul nome, Andreotti gli ricordava che si chiamava così anche il Maestro Galli, autore dell’Inno dei lavoratori, quello del Sol dell’avvenir che inzia con Su fratelli, su compagni…
La definizione costituzionale di “repubblica fondata sul lavoro” porta la sua firma. Fu il primo successore di De Gasperi (qualcuno, allora, parlò di congiura).
Con Moro, uno dei due “cavalli di razza” della DC, ma di diversa andatura e pista.
“Onesto e morto senza un soldo” scrisse di lui Montanelli che, però, non lo amava e lo chiamò “il rieccolo” per le tante cadute e resurrezioni: sei volte capo del governo, tre segretario Dc e tre Presidente del Senato, tante ministro; respinto dal fuoco amico dei suoi negli assalti al Quirinale; nel 1965 presidente dell’Onu. Fu anche pittore con tanto di mostre.
Per tutti “motorino” per l’inarrestabile capacità di lavoro e velocità di pensiero.
Lui si diceva “nato sotto il segno del comando” e – scrive Filippo Ceccarelli –“teorico della superiorità energetica e intellettiva dei brevilinei”, caratteristica che, fisicamente, non lo rendeva compatibile sul piano dell’empatia con quello “spilungone” di Montanelli.
Tappo di spumante espulso dalla bottiglia del referendum sul divorzio, nella vignetta di Forattini. Combattè da solo una campagna anche sopra le righe. Pochi i comizi dei colleghi. A volte indifferenti se non ostili e lui sugli scudi di un integralismo cattolico guardato a distanza pure da alcuni vescovi.
Un tappo saltato e l’inizio della fine di un mondo, quello dei cattolici organizzati in politica che, nella Costituente e poi nella ricostruzione dopo la guerra, perseguirono un modello di società alternativo sia al liberalismo del solo profitto sia al collettivismo comunista centralistico.
Per uno Stato in cui la proprietà e l’iniziativa privata sono libere, ma nell’ambito della utilità sociale e con l’obbligo della repubblica di rimuovere ogni ostacolo all’uguaglianza e alla libertà dei cittadini.
Posizioni queste che i “professorini” dell’Università Cattolica – da dove Fanfani proveniva – avevano elaborato già negli ultimi anni del fascismo, trasfuso nel cosiddetto Codice di Camaldoli del 1943 e attuato quando arrivarono a guidare l’Italia democratica, monitorandone gli esiti da una pensioncina vicino alla Chiesa Nuova di Roma dove la “Comunità del porcellino”(dal nome dell’insegna all’ingresso) abitava: erano Fanfani, Dossetti (che poi si fece prete) e Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze che convinse l’Eni di Mattei a salvare la fallimentare Nuovo Pignone perché gliel’aveva ingiunto lo Spirito Santo e, nel 1966, ispirato dalla Madonna di Czestochowa andò in Vietnam e fu ricevuto da Ho Chi Min, cui consegnò una proposta di pace.
Malauguratamente, la prima moglie di Fanfani ne parlò con la giornalista del Borghese, Gianna Preda, che non conosceva come tale. Scoppiò un putiferio e il marito dovette dimettersi da ministro degli esteri. Bianca Rosa morì dopo avergli dato sette figli e lui si risposò con Maria Pia, infaticabile quanto lui in missioni umanitarie. La incontrai a Palazzo Chigi nell’appartamento del presidente per una iniziativa editoriale a favore dei bambini africani.
Politica e religione si incrociavano allora prima che nelle urne nelle idee, ma… Terza Persona della Trinità, Madonna o meno, l’intervento pubblico nell’economia era la vera teologia dei professorini con il pieno impiego come priorità economica e compito dello Stato il finanziamento alle imprese per attuarlo.
Una concezione che faceva il tandem con l’allargamento del governo al Partito Socialista. All’inizio degli anni 60 il suo governo, che dai socialisti aveva solo l’appoggio esterno, fece grandi riforme per portare l’Italia tra le prime nazioni industrializzate del mondo.
Fanfani, il quale già con De Gasperi aveva rilanciato l’edilizia economica e popolare col Piano Casa, promosse una grande redistribuzione dei redditi: con gli aumenti salariali, la nazionalizzazione dell’industria elettrica, l’ENEL, la scuola media unica, la prima riforma urbanistica, la famosa legge Sullo che modificò il regime dei suoli edificabili.
Scelte che costarono voti alla DC e a Fanfani Palazzo Chigi.
Il nuovo governo, nel quale per la prima volta entrarono da ministri i socialisti, durò di più ma con meno significativi risultati. Lo guidava Aldo Moro, dal quale Fanfani era diviso su tante cose, dalla concezione del partito (macchina organizzativa sul modello concorrente del Pci per lui; movimento di idee per Moro), alla ineluttabilità di una futura vittoria comunista, secondo Moro.
Ambedue i “cavalli di razza”, però, avevano grande rispetto l’uno dell’altro. Ettore Bernabei – storico direttore generale della Rai e consuocero di Fanfani – notava tra i due atteggiamenti “timidi e guardinghi. Con un retropensiero fisso: io la penso così, ma per caso avrà ragione lui?”
Fanfani se lo sarà domandato anche quando la mattina del 9 maggio 1978 andò a convincere la DC a trattare per Moro, come il prigioniero aveva chiesto.
Le Brigate Rosse non lo aspettarono.
La Dc deve a Fanfani la sua organizzazione quasi aziendale con impiegati, funzionari locali e centrali, sedi e attrezzature, organigrammi operativi, dopo gli anni del volontariato degasperiano. Tesseramenti a tappeto, collateralismi sindacali ed imprenditoriali più o meno palesi. E naturalmente costi e finanziamenti dagli americani per competere con la macchina del Pci, ben rodata dai rubli russi. e dalla Confindustria
Un legame con quest’ultima da cui Fanfani cercò di liberarsi ricorrendo alle “sovvenzioni dell’industria di Stato, non sapendo – ha scritto Cossiga – e non potendo credere che quella prassi sarebbe poi stata considerata un reato”.
Eni, Iri, Efim foraggiavano tutti con contributi a pioggia.
Matrice della corruzione in politica di Tangentopoli e di oggi (parte di quei soldi si fermavano nelle sedi delle correnti prima di arrivare ai segretari amministrativi) cui si pensò successivamente, ma invano, di porre un freno con le leggi sul finanziamento pubblico dei partiti, bocciato dai cittadini ma riesumato infine dalla classe politica dominante. Peraltro, avvezza a bypassare i risultati referendari.












